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Il tuo cliente non è il gatto

Perché l'etologia da sola non basta più e come l'approccio relazionale può salvarti dal burnout professionale.

Il vicolo cieco dell'approccio perfetto

Ammettiamolo tra di noi, senza filtri: abbiamo scelto questo lavoro per i gatti.

Abbiamo passato anni a studiare l’etologia felina, la corretta disposizione delle risorse, la gestione del territorio, la sottile e meravigliosa comunicazione di un battito di ciglia o di una coda che si muove. Ci siamo formati per diventare la voce di una specie spesso profondamente incompresa.

Poi, però, siamo arrivati sul campo. E lì, seduti al tavolo della cucina di una famiglia in crisi, abbiamo dovuto fare i conti con la realtà.

Quante volte ti è capitato di vivere una scena del genere?

Trovi la soluzione etologicamente perfetta per un problema di eliminazione inappropriata o di conflitto tra gatti. Spieghi tutto con passione, dedizione e precisione millimetrica. Il proprietario annuisce, sembra convinto. Ti saluta ringraziandoti.

Due settimane dopo lo ricontatti per il follow-up e la risposta è: “Eh, no, non abbiamo ancora spostato la lettiera perché lì esteticamente non ci piaceva…” oppure “I camminamenti alti non li abbiamo messi perché avevamo paura di rovinare il muro”.

 

In quel preciso istante, dentro di te, si muovono due emozioni devastanti: la frustrazione per il gatto, che continua a vivere nel disagio, e un profondo senso di impotenza (che, a lungo andare, scivola pericolosamente verso il burnout professionale).

 

La trappola del "Consulente Prescrittore"

La verità è che l’offerta formativa tradizionale ci ha insegnato tutto sul comportamento animale, ma ci ha lasciati quasi totalmente disarmati davanti alle dinamiche umane. Ci ha trasformati in "prescrittori di ricette etologiche".

Arriviamo nelle case con un modello ideale di benessere felino e cerchiamo di calarlo dall'alto sul sistema familiare. Se la famiglia non lo applica, la nostra mente formula un giudizio immediato: “Il cliente non collabora”, “Il cliente non ha voglia di impegnarsi”.

Ma siamo davvero sicuri che sia così? O forse siamo noi che stiamo sbagliando destinatario?

 

L'errore d'origine

L’errore d'origine che ci sta esaurendo è uno solo, ed è puramente logico: pensare che il nostro cliente sia il gatto.

Il gatto è il beneficiario finale del nostro intervento, ma non è il nostro cliente. Il gatto non ha il pollice opponibile per spostare le ciotole, non può firmare un accordo, non può scegliere di cambiare la propria routine e, soprattutto, non ha alcuna facoltà di modificare l'ambiente in cui vive.

L’unico elemento del sistema che ha il potere di generare il cambiamento è l’umano.

Se continuiamo a focalizzare il 100% delle nostre energie sul gatto, ignorando le paure, i limiti, il tempo reale e il carico emotivo della persona che stringe il guinzaglio o apre le scatolette, siamo destinati a produrre consulenze perfette sulla carta, ma totalmente inapplicabili nella realtà.

Per aiutare davvero il gatto, dobbiamo fare un passo indietro. Dobbiamo imparare a prenderci cura di chi si prende cura di lui.

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Ti risuona questa situazione?

Fai spazio a un nuovo modo di lavorare. Scarica la guida completa in PDF.

Il primo capitolo è solo l'inizio. Nei capitoli successivi (che riceverai gratuitamente via email) entreremo nel vivo del metodo pratico:

  • Capitolo 2: Il gatto non firma il contratto – Come comprendere il sistema umano e ritrovare la fluidità nel percorso.

  • Capitolo 3: L'arte dell'ascolto senza giudizio – Le chiavi di comunicazione per creare un'alleanza profonda con la famiglia e favorire una reale collaborazione.

  • Capitolo 4: Il Test della Sostenibilità Ecologica – Le 3 domande filtro per co-progettare soluzioni che le persone applicheranno con serenità.

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